La radio: uno strumento di democratizzazione che rimane di moda
Servizio comunicazione istituzionale
20 febbraio 2025
Lo scorso 13 febbraio si è tenuta la Giornata internazionale della radio, voluta dall'UNESCO nel 1946. Theo Mäusli, Docente presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'Università della Svizzera italiana (USI), ha ripercorso ai microfoni di TeleTicino la storia di questo importante mezzo di comunicazione, ricordando come ancora oggi esso sia centrale.
In molti, nel corso del tempo, hanno ipotizzato che la radio potesse perdere di importanza, eppure ad oggi essa ha mantenuto il suo ruolo come mezzo di comunicazione di primaria importanza. "Spesso si crede che quando arriva un nuovo mezzo di comunicazione, quelli precedenti scompaiano - ha spiegato Theo Mäusli -. Nel caso della radio, ad esempio, si pensava che sarebbe stata sostituita dalla televisione, ma così non è stato. Anzi, a differenza di altri mezzi di comunicazione, la radio ha maggiori chance di sopravvivenza in quanto la contraddistingue una certa leggerezza: entra facilmente nelle nostre case, non serve un grande investimento economico e non richiede una particolare attenzione da parte dell'ascoltatore, in quanto va semplicemente ascoltata e non guardata" .
Dal punto di vista degli strumenti utilizzati, come illustrato dal docente dell'USI, la radio di oggi non si discosta di molto da quella originale: "Sebbene alla base ci sia una tecnologia notevolmente più avanzata, gli strumenti base restano la voce e il microfono, e ciò conferisce alla radio la sua caratteristica di leggerezza e semplicità. Proprio per questo motivo le prime radio, nate negli anni '20, erano soprattutto movimenti amatoriali".
Quali sono, allora, le differenze della radio di oggi rispetto a quella degli albori? "Inizialmente la radio è nata dal puro piacere di ascoltare qualcosa, intercettando frequenze provenienti anche da molto lontano. Quando sono nati i primi veri programmi radiofonici, l'intenzione era quella di creare contenuti educativi. C'era la volontà di offrire un servizio pubblico che potesse alzare il livello culturale di tutti, in quanto si temeva che la massa ignorante potesse facilmente essere influenzata da reggimi totalitari come era successo con il fascismo o il nazismo".
Del resto, ai suoi albori, la radio era considerata come uno strumento per evitare la guerra: "Soprattutto in Germania, negli anni '20, c'era moltissima letteratura che parlava della radio come della 'finestra verso il mondo'. La speranza era quella di poterla utilizzare come strumento di democratizzazione, tanto che Brecht arrivò a sostenere che una guerra non fosse più possibile in quanto, avendo la possibilità di sentire ciò che veniva detto nei Paesi vicini, la propaganda non poteva più essere efficace" ha spiegato Theo Mäusli. La radio degli albori aveva dunque una visione estremamente internazionale, con un occhio di riguardo anche per le donne. Proprio per questo venivano offerti corsi di lingua e veniva insegnato l'esperanto. Un'idea di apertura verso l'esterno che però, come ricordato dal docente dell'USI, venne meno pochi anni dopo, in seguito all'avvento del nazionalsocialismo.
Il valore della radio rimane importante tutt'oggi, come sottolineato da Theo Mäusli: "Con i social si ha una realtà molto frammentata. La radio, al contrario, propone una modalità broadcasting, creando qualcosa di condiviso".
L'intervista completa di Theo Mäusli a TeleTicino è disponibile al seguente link.