La lotta delle donne per la democrazia in Afghanistan
Servizio comunicazione istituzionale
15 novembre 2024
Recentemente all'Università della Svizzera italiana (USI), sotto la direzione della Prof.ssa Jolanta Drzewiecka dell'Istituto di communicazione e poliche pubbliche, si è tenuta una serata a porte chiuse che ha visto l’intervento di Shakiba, una rappresentante dell'organizzazione sociopolitica indipendente femminile Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA), la quale ha illustrato agli studenti la situazione critica in cui versa l’Afghanistan, condividendo le sue esperienze e le attività svolte dall’associazione di cui fa parte.
La Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA) è un’associazione clandestina nata a Kabul durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. La sua fondatrice Meena Keshwar Kamal, una studentessa, ha creato la RAWA nel 1977 grazie all’aiuto di varie figure intellettuali del Paese, con lo scopo di dare voce alle donne afghane oppresse. L’obiettivo della RAWA era quello di coinvolgere un numero crescente di donne afghane in attività sociali e politiche volte ad acquisire i diritti delle donne e a contribuire alla lotta per l’istituzione di un governo basato su valori democratici e laici in Afghanistan. Nonostante l’atmosfera politica soffocante, la RAWA è stata ben presto coinvolta in attività diffuse in diversi ambiti socio-politici, tra cui l’istruzione, l’ambito sanitario e l’agitazione politica. Prima del colpo di Stato dell’aprile 1978 diretto dai sovietici, le attività della RAWA si limitavano all’agitazione per i diritti delle donne e la democrazia, ma in seguito all’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel dicembre 1979 la RAWA è stata direttamente coinvolta nella guerra di resistenza. Questa missione è continuata anche dopo l’intervento USA del 2001. Oggi la RAWA non è più solamente un’associazione che combatte per i diritti delle donne, ma è diventa un associazione umanitaria, che lotta anche per la libertà e la democrazia, prestando al contempo aiuto alle fasce più povere della popolazione.
Shakiba è una donna afghana che fa parte della RAWA da diversi anni. Di recente ha girato l’Europa, incontrando politici e visitando scuole e università, per ricordare all’Occidente di stare vicini al popolo afghano e di non riconoscere e supportare il regime talebano. In molti, dopo quanto accaduto nel 2021, si chiedono infatti cosa è cambiato in Afghanistan negli ultimi tre anni. “Dopo il 15 agosto 2021, data segnata dalla caduta di Kabul e la presa di potere dei talebani, l’Afghanistan ha fatto un ulteriore passo indietro - ha raccontato Shakiba -. Il regime ha portato un clima di violenza ed è diventato impossibile parlare di libertà e progresso. L’estremismo religioso ha fatto sì che le donne fossero bandite dalle scuole, e ora si è infiltrato persino in un luogo come l’università di Kabul, un tempo rinomata in tutto il mondo, dove hanno accesso solo gli uomini. E neanche gli uomini sono al sicuro dal regime. Per esempio tutti coloro che facevano parte del governo sono stati rimossi e sostituiti con dei soldati talebani. Tutti gli intellettuali che rimangono in Afghanistan corrono enormi rischi, infatti vivono quasi tutti nell’anonimato a causa delle costanti minacce ricevute. Dopo il 2021 praticamente tutte le persone che avevano ricevuto un educazione sono fuggite dal Paese. Ciò favorisce i talebani, che sfruttando l’ignoranza delle persone trovano sempre nuovi seguaci, riuscendo a mantenere la nazione in uno stato di guerra. Naturalmente lo stato di guerra non permette l’educazione delle persone, pertanto il ciclo continua a ripetersi. Ma una cosa è cambiata in questi vent’anni: le donne. Abbiamo iniziato a opporre resistenza, scendiamo in piazza e protestiamo. Nonostante gli arresti, le violenze e le uccisioni subite continuiamo a opporci. Perché sappiamo che il regime ci teme, ecco perché cercano di silenziarci”.
L’attuale impegno europeo di Shakiba suggerisce che la lotta intrapresa da RAWA e parte del popolo afghano non si ferma di fronte ai confini di stato. Né quelli fisici, sconfinando anche nel virtuale. “È fondamentale elevare il livello di attenzione inerente a quanto accade in Afghanistan. In questo senso i social sono molto utili. Intanto permettono ai membri della RAWA di restare in contatto tra di loro. Ma soprattutto mostrano al mondo cosa succede nel Paese. Tanti contenuti che emergono online, anche se sembrano troppo forti per essere reali, lo sono. Le proteste, le violenze, la povertà, è tutto vero. Così com’è parzialmente vero quello che vi mostrano i turisti quando fanno vedere che durante le loro vacanze va tutto bene. Questo perché ai talebani i turisti non interessano, sanno che portano soldi e quindi li lasciano fare e non si immischiano. I talebani sono i nemici del popolo afghano, non dei turisti. Fa parte della loro politica mostrare al mondo che in Afghanistan va tutto bene. Ma il regime sa della potenza dei social, ecco perché tra le durissime leggi promulgate ve ne sono anche alcune riguardanti i social. Per esempio una legge molto recente stabilisce che sui media non possano essere ripresi esseri viventi. Ogni giorno in Afghanistan sono promulgate nuove e restrittive leggi sulle donne, sui media e sul giornalismo; e l’unica cosa certa è che queste leggi saranno sempre più dure. Per cui oltre ai giornali e alla televisione è utile consultare anche i social media”.
L’ultimo pensiero, prima di congedarsi, Shakiba lo ha rivolto a un tema più personale: cosa le dà la forza per continuare a lottare: “Non è più una novità, ma sono ormai oltre quarant’anni che lottiamo clandestinamente. Abbiamo corso molti rischi e abbiamo perso molti membri in questo modo. Ogni volta ripartiamo da zero, ma non smetteremo mai di lottare, perché se dovessimo smettere, non cambierebbe nulla. Mentre continuando, prima o poi qualcosa - ne sono certa - cambierà. Siamo convinte che se non ci opponessimo, se non lottassimo, nessuno verrebbe a donarci la libertà e la democrazia per cui combattiamo. Noi siamo un simbolo di speranza per molte persone, e se dovessimo perdere la speranza, come potremmo donarla agli altri? Siamo ottimiste e non perdiamo mai la speranza, ecco perché continuiamo la nostra lotta".
Questi messaggi, provenienti da una persona che rischia la vita per aiutare coloro che la circondano e per diffondere informazioni sull'apartheid di genere in corso in Afghanistan, hanno avuto una forte risonanza per gli studenti dell'USI presenti.