Il Professore emerito Bertil Cottier: "È stato un sogno bellissimo, ma ora volto pagina"

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Servizio comunicazione istituzionale

2 dicembre 2024

Mercoledì 11 dicembre 2024 il Professore emerito Bertil Cottier darà il suo commiato alla comunità accademica dell'Università della Svizzera italiana, tenendo una Lectio Magistralis intitolata From Challenging New Technologies to Desperate Lawmakers: Is It Still Possible to Regulate Cyberspace and AI?. L'evento avrà luogo presso l’Auditorium del Campus Ovest di Lugano, dalle ore 18:00.

Nell'ottica di questo importante appuntamento, culmine di una longeva e prestigiosa carriera presso il nostro ateneo, abbiamo incontrato il Professor Cottier, dialogando con lui. Di seguito vi proponiamo un’intervista realizzata dal Servizio comunicazione istituzionale.

 

Egregio Professor Cottier, Lei ha praticamente visto nascere l’Università della Svizzera italiana, dove ha iniziato a insegnare nel 1997. Ci racconta perché ha scelto di venire a Lugano, e cosa vi ha trovato?

"In realtà, direi più che sono stato scelto per venire a Lugano. Circa sei o sette mesi prima dell’inizio dei corsi ho ricevuto una chiamata da Eddo Rigotti, allora Decano di quella che oggi è la Facoltà di comunicazione, cultura e società (all'epoca si chiamava Facoltà di scienze della comunicazione, ndr), il quale cercava un insegnante di diritto della comunicazione. In Svizzera di specialisti in tale ambito ve n’erano pochi, e ancora oggi non sono tantissimi, per cui devo essere finito sulla lista di Rigotti proprio in qualità della mia esperienza e delle mie competenze. Infatti la mia tesi di dottorato era proprio sull’accessibilità dell’informazione, e in seguito avevo lavorato per alcuni anni presso l’Ufficio federale della Giustizia, in una piccola sezione che si occupava di diritto dei media. Ricordo che l'invito a venire a Lugano da parte di Eddo fu molto diretto, ma all’epoca non sapevo l’italiano, per cui espressi subito i miei dubbi legati all’ostacolo linguistico. Lui tuttavia mi disse che non c’era nessun problema e che avrei potuto cominciare tenendo le lezioni in francese. Prima di acconsentire, gli dissi però che volevo venire a Lugano, per vedere questa nuova università. Così giunsi in Ticino ed Eddo Rigotti mi mostrò l’ateneo - allora c’era soltanto il palazzo principale - spiegandomi anche la visione di questa nuova Facoltà di scienze della comunicazione. Ciò che mi è piaciuto e mi ha convinto a dire di sì, è stata la possibilità di confrontarmi con degli esperti della comunicazione. Insegnare diritto dei media presso una Facoltà di diritto avrebbe significato considerare solamente gli aspetti del sistema giuridico, mentre in un’epoca che stava vivendo la prima rivoluzione di internet, con dei problemi giuridici incredibili come la gestione del cyberspace, avere la possibilità di parlare con dei colleghi che studiavano comunicazione e tecnologia della comunicazione era un’opportunità enorme per porre domande e creare dialogo tra i due settori. Credo che allora come oggi - anzi, soprattutto oggi con l’arrivo dell’intelligenza artificiale (IA) - l’interdisciplinarità fosse indispensabile, in quanto nessuno conosceva il problema per intero, bensì bisognava unire le diverse conoscenze e competenze. Così, alla fine, accettai l’offerta di Rigotti e venni a Lugano".

 

Nel corso della sua carriera ha formato e ispirato molti studenti. Guardando indietro, quali sono stati i momenti più significativi nella ricerca e nell’insegnamento?

"Sicuramente un momento importante, non solo per me, ma anche per la Facoltà, è stato quando abbiamo ampliato la nostra formazione offrendo i corsi di master. Questo ha permesso all'USI, che inizialmente era abbastanza cantonale e un po’ federale, quindi tutto sommato nazionale, di vivere un’apertura verso l’Europa e verso il mondo intero. I target iniziali dell'ateneo erano chiaramente stati gli studenti svizzeri e in parte anche quelli italiani, ma da quel momento in poi vi fu una totale apertura anche verso gli studenti internazionali, potendo offrire loro anche corsi in lingua inglese. Un aspetto, questo, che a mio avviso è stato e rimane veramente arricchente, perché gli studenti che arrivano dall’estero e poi tornano nel proprio Paese, lo fanno portando con sé dei legami con la Svizzera. Per questo motivo, ritengo che l’apertura a livello globale sia stata veramente un turning point per lo sviluppo dell’USI. Un’altra esperienza importante e interessante, sul piano personale, è poi stata il periodo trascorso in qualità di Decano dell'allora Facoltà di scienze della comunicazione. Come Professore insegni e fai ricerca, per cui affronti i problemi tradizionali legati a queste mansioni. In qualità di Decano si affrontano invece i problemi legati alla gestione. Anche un’università piccola come l’USI conta comunque diverse migliaia di persone, e - tracciando un parallelismo - la si potrebbe paragonare a una grande azienda. Ecco, il management accademico è una materia molto particolare, che non viene insegnata. Bisogna avere la visione dell’accademia nelle istituzioni del Paese, il suo ruolo sociale. Tutto ciò era molto interessante, soprattutto questa riflessione sulla posizione e sul ruolo dell’università, ma anche lo spiegare ai propri colleghi la visione della stessa, ossia come i singoli fanno parte del tutto. Eravamo - e siamo ancora - tutti pezzi di un puzzle, e l’immagine che si compone è quella dell’USI nella società".

 

Andando oltre al mondo accademico, Lei si è impegnato anche in commissioni a livello cantonale, federale e internazionale. Quale traguardo l’ha resa più orgoglioso?

"Mi permetto di sottolineare fin da subito che a mio avviso non esiste il mondo accademico separato da un altro mondo, con il quale non ha nessun legame. È molto importante creare dei ponti tra il mondo accademico e la società. Noi facciamo ricerca, e la società deve poter beneficiare e approfittare di questa ricerca. Questa è la ragione per cui ho partecipato a diverse commissioni, per poter vedere nuovi problemi e potermi arricchire di esperienze per l’insegnamento. Ecco perché sono entrato nella Commissione federale dei media (COFEM), anche se è già più vicina al mio campo, ma ho anche rappresentato l’USI nella Fondazione del Fondo nazionale svizzero (FNS), che si occupa del quadro giuridico dell’FNS e del suo budget. È tramite queste commissioni che mi è stato possibile dialogare con la società. Ripeto sempre che per un insegnante è importante poter affrontare casi reali sul campo, sia per l’insegnamento sia per la società. A livello internazionale, oggi mi occupa invece molto la Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), di cui sono presidente".

 

Sappiamo che lei ha un côté scandinavo, e parla anche svedese. Il Nord Europa ha qualcosa da insegnarci sul ruolo dei media nella società?

"Ogni anno Reporter Sans frontière (RSF) pubblica il ranking dei Paesi del mondo in base alla loro libertà d’espressione. Da anni le prime posizioni sono sempre occupate dai Paesi scandinavi. Naturalmente si può sempre discutere sui ranking, ma la metodologia con cui RSF stila il suo è a mio avviso valida. Questo posizionamento riflette l’importanza della stampa, una stampa libera, in una democrazia. Nel Nord Europa la stampa ha un importante ruolo nella società, non solo di informazione e riflessione, ma anche di contropotere. Questo per loro è normale e ciò comporta dei privilegi che la stampa ha, ma di cui non abusa, in quanto vi è una forte etica del giornalismo. Di conseguenza le persone si fidano dei giornalisti. Parlando proprio della Svezia, nel 1766 è stato il primo Paese al mondo ad adottare una legge costituzionale sulla libertà di stampa. La posizione della stampa in questi Paesi è pertanto molto forte, grazie anche a questa lunga tradizione che ci porta alla situazione attuale: grande etica del lavoro da parte dei giornalisti e grande rispetto da parte della società".

 

Oltre all’impegno accademico, ha terminato anche il suo ruolo di Presidente di Reporter Sans frontière Svizzera. Quale valore aggiuntivo ha avuto questa carica per la sua carriera accademica, e viceversa?

"Ho svolto il ruolo di presidente per ben quattro anni, in un periodo nel quale la stampa era un po’ in crisi. Vi sono infatti diversi problemi, anche importanti, che riguardano il settore. Il primo è un problema di finanziamento. Vi sono diverse testate giornalistiche che spariscono a causa delle difficoltà economiche e questo impatta fortemente la diversità dell’informazione. Questo ci porta naturalmente al secondo problema, ossia proprio la riduzione della diversità d’informazione. La diversità della stampa è fondamentale per la democrazia, in quanto necessitiamo di mille voci diverse, e non della stessa voce ripetuta mille volte. Inoltre abbiamo anche diversi problemi, od ostacoli, legati al quadro giuridico. In questo senso forse è stato un bene che - durante il mio mandato - ci sia stato un presidente con una certa sensibilità legale, poiché molti dei problemi della stampa odierna sono legati agli ostacoli giuridici. Non sto parlando di grandi impedimenti o di censura, ma di tanti piccoli ostacoli qua e là che accumulandosi creano dei problemi nella ricerca dell’informazione. Abbiamo avuto contatti con vari parlamentari chiedendo di fare attenzione a tante piccole cose, e questo per un giurista è certamente più facile perché conosce le istituzioni, pertanto il dialogo con il potere politico è facilitato. Per mia esperienza bisogna stare però attenti a non esagerare con l’expertise, perché diventa controproducente. La carta dell’esperto è sicuramente una buona risorsa, ma va giocata in modo molto soft".

 

Il tema dell’Intelligenza artificiale ha influenze sempre più vaste, anche nell’ambito del diritto dei media. Quali sono, a suo avviso, le sfide principali che dovremo affrontare?

"Con la problematica tradizionale del cyberspace i giuristi avevano due problemi nella creazione del quadro legale. Il primo era legato alla velocità: il progresso scientifico era talmente rapido che la legge arrivava sempre in ritardo. Il secondo problema era la complessità della materia, perché bisognava comprenderne ogni singolo aspetto. Oggi con l’IA abbiamo un problema aggiuntivo, che riguarda l’incertezza totale del suo sviluppo, in quanto quando la si crea si conosce il suo scopo, ma attraverso il deep machine learning essa può svilupparsi in direzioni impreviste e incontrollabili. A livello giuridico, o anche etico, diventa difficile gestire un sistema che non si sa dove stia andando. L’idea, secondo me, dovrà essere non tanto quella di avere un testo giuridico classico, dunque prescrittivo, ma di stilare dei principi di base e in seguito spostare l’attenzione sul follow up, con delle commissioni di monitoraggio che possano reagire e prendere le misure necessarie. Invece di dare peso al parlamento affinché crei delle norme, bisogna invece concentrarsi su queste commissioni di follow up, in grado di seguire costantemente lo sviluppo dell’IA e legittimate a prendere delle misure affinché si evitino degli abusi. Bisognerà essere flessibili e cercare delle nuove soluzioni istituzionali, affinché sia possibile regolare l’IA. Concludo anticipando che per chi è interessato, questa sarà anche un po’ la tematica della mia Lectio Magistralis".

 

In conclusione, cosa le mancherà dell’USI e di Lugano?

"C’è una cosa che dico sempre agli amici e ai conoscenti: ora si volta una pagina. È un aspetto un po’ scandinavo forse, ma non provo grandi emozioni. La pagina gira. Ho avuto un’esperienza fantastica all’USI, con un’università giovane che aveva l’idea di creare qualcosa di nuovo. È stato un sogno bellissimo. Sono ancora profondamente convinto che l’USI può giocarsi ottimamente le sue carte restando un piccolo ateneo con dei target molto chiari. Replicare il concetto di università classica, ritrovandosi con una piccola università che fa un po’ di tutto, secondo me non è ottimale. La via vincente, a mio avviso, è avere dei target specifici - come informatica e comunicazione - e aprirsi al mondo. Voltando pagina, ad ogni buon conto, non posso che ribadire quanto mi abbia reso contento la mia esperienza all’USI".