E se la verità fosse a rischio? Il dilemma del fact-checking

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Servizio comunicazione istituzionale

7 marzo 2025

Meta ha recentemente revisionato la propria strategia di fact-checking. Si tratta di misure strettamente legate alla politica, che minacciano la qualità dell'informazione online. Ne abbiamo discusso con Eleonora Benecchi, Docente-ricercatrice e Direttrice di Bachelor presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'Università della Svizzera italiana (USI), che ci ha illustrato quali caratteristiche deve avere un fact-checking di qualità, perché esso è fondamentale e quali sono i rischi legati alle attuali linee scelte dalle piattaforme.

Di seguito l'intervista realizzata dal Servizio comunicazione istituzionale dell'USI.

Eleonora Benecchi, come avviene il fact-checking nelle principali piattaforme social?

"Il fact-checking sulle principali piattaforme social è generalmente realizzato attraverso collaborazioni con organizzazioni indipendenti di verifica delle informazioni. Meta, ad esempio, ha sviluppato un programma globale di fact-checking che coinvolge circa 90 partner in 130 Paesi, molti dei quali affiliati all’International Fact-Checking Network (IFCN). I fact-checkers analizzano contenuti virali segnalati dagli utenti o dagli algoritmi e, se un'informazione viene giudicata falsa, la piattaforma può etichettarla, ridurne la visibilità o limitarne la diffusione".

Considerate le dimensioni del web e la quantità di piattaforme e di contenuti pubblicati quotidianamente, è ancora possibile svolgere un fact-checking di qualità? Se sì, perché è importante che venga fatto?

"Nonostante la mole di contenuti generata quotidianamente, il fact-checking di qualità è ancora possibile grazie a un approccio ibrido che combina automazione e revisione umana. Tuttavia, la recente dipendenza crescente dalle tecnologie di moderazione automatizzata ha già dimostrato i rischi di un controllo inefficace. Ad esempio, un recente errore di Meta su Instagram Reels ha esposto milioni di utenti a contenuti violenti e non sicuri a causa di un malfunzionamento dell’algoritmo di raccomandazione, dimostrando come i sistemi automatizzati possano fallire nell’identificazione corretta dei contenuti da filtrare. L’importanza del fact-checking va oltre la correzione delle fake news: è un elemento chiave per la protezione del dibattito democratico e per contrastare la manipolazione informativa, che ha già avuto conseguenze significative durante la pandemia e le elezioni​. Per questo motivo, mantenere un equilibrio tra automazione e controllo umano è cruciale per garantire un’informazione affidabile e contrastare la disinformazione globale".

Come dovrebbe essere fatto un fact-checking di qualità per garantirne la neutralità politica e ideologica?

"Un fact-checking di qualità deve rispettare criteri di trasparenza, indipendenza e metodologie rigorose. Le organizzazioni di verifica devono rendere pubbliche le loro fonti, seguire standard condivisi come quelli dell’IFCN e garantire un approccio equo, analizzando informazioni provenienti da diversi orientamenti politici senza favoritismi. Inoltre, è essenziale una separazione tra la verifica dei fatti e le decisioni di moderazione delle piattaforme per evitare accuse di censura o manipolazione politica".

Come è possibile conciliare fact-checking e libertà di espressione? Come risponderebbe a chi paragona il fact-checking alla censura?

"Il fact-checking non limita la libertà di espressione, bensì aiuta a contrastare la disinformazione senza eliminare i contenuti. A differenza della censura, che impedisce la diffusione di informazioni, il fact-checking fornisce un contesto aggiuntivo per permettere agli utenti di valutare la veridicità delle affermazioni. La regolamentazione dell’UE, attraverso il Digital Services Act (DSA), mira a bilanciare questi aspetti imponendo alle piattaforme di collaborare con i fact-checkers, senza però rimuovere arbitrariamente contenuti".

Recentemente Mark Zuckerberg ha annunciato la fine del programma di fact-checking di Meta, avviato nel 2016. La cosa la preoccupa?

"Sì, la fine del programma di fact-checking di Meta è una decisione preoccupante, poiché la piattaforma rappresenta il principale finanziatore delle iniziative di verifica delle informazioni a livello globale, avendo investito circa 100 milioni di dollari dal 2016​. Attualmente, circa un terzo delle 90 organizzazioni partner di Meta dipende esclusivamente dai suoi finanziamenti e rischia di chiudere, mentre molte altre sarebbero costrette a ridimensionare le proprie attività, licenziando personale e riducendo gli sforzi nel contrasto alla disinformazione​. In Europa, il Digital Services Act (DSA) stabilisce che le piattaforme devono collaborare con i fact-checkers per mitigare i rischi della disinformazione e garantire un 'contributo finanziario equo' per sostenere il loro lavoro​. Tuttavia, l’applicazione di queste normative è ancora incerta e le principali piattaforme, tra cui Meta, hanno mostrato scarsa conformità agli impegni previsti dal Codice di Condotta sulla Disinformazione. La fine del programma di Meta potrebbe ridurre significativamente la capacità di contrastare la disinformazione, soprattutto in quei Paesi dove il fact-checking è finanziato quasi esclusivamente dalle piattaforme digitali. La decisione di Meta, quindi, non solo ridimensiona il ruolo della verifica delle informazioni, ma solleva interrogativi più ampi sulla responsabilità delle piattaforme nel garantire un ecosistema informativo sano e trasparente".

Pensando al caso di un altro social, X è criticato perché lascia un certo spazio a discorsi sensibili, come quelli d’odio proliferati durante la recente campagna elettorale negli Stati Uniti d'America. In che modo questo genere di libertà si relaziona con il fact-checking e quanto permettere la libertà di espressione lasciando libero sfogo all'odio è correlato alla libertà di diffondere fake news, per mancanza di un fact-checking efficace?

"La libertà di espressione è un principio fondamentale, ma non può essere interpretata come assenza totale di regolazione: senza adeguati meccanismi di moderazione e fact-checking, le piattaforme possono trasformarsi in spazi di proliferazione incontrollata di disinformazione e discorsi d’odio. Il caso di X (ex Twitter) sotto la gestione di Elon Musk è emblematico. La piattaforma ha ridotto significativamente le azioni di moderazione, ha smantellato gran parte del suo team di sicurezza e fiducia e ha scelto di ritirarsi dal Codice di Condotta dell’UE sulla Disinformazione, un’iniziativa volontaria che richiede alle piattaforme di collaborare con fact-checkers e adottare misure per limitare la diffusione di notizie false​. Diversi studi hanno segnalato come questo abbia generato un incremento significativo nella diffusione di fake news, contenuti fuorvianti​ e discorsi d'odio e abbiamo visto di recente come la situazione si sia aggravata durante le campagne elettorali, quando la piattaforma ha lasciato circolare senza restrizioni contenuti manipolativi volti a influenzare il voto e a polarizzare l’opinione pubblica. La Commissione Europea ha in effetti avviato un’indagine formale su X nell’ambito del Digital Services Act (DSA), con l’accusa di non aver preso misure adeguate per contrastare la disinformazione e i contenuti illegali, in particolare durante momenti critici come le elezioni​. La gestione di X dimostra che la deregulation della moderazione e il ridimensionamento dei fact-checkers non portano a un maggiore pluralismo, ma piuttosto a un ambiente digitale più tossico e manipolabile".

La scelta di non porre limiti ai contenuti pubblicabili potrebbe in qualche modo essere una mossa politica paragonabile, sebbene diametralmente opposta, a quella di limitare i contenuti visibili nel proprio Paese? Perché?

"Entrambe le strategie hanno un impatto significativo sulla qualità dell’informazione e sul modo in cui il pubblico percepisce la realtà, confermando che il controllo (o il mancato controllo) dell’informazione è sempre una questione politica. La deregulation totale dell’informazione, come nel caso di X, può essere vista come una presa di posizione libertaria spesso sfruttata per fini politici, ma può portare a una proliferazione incontrollata di disinformazione e discorsi d’odio. D’altra parte, regimi autoritari usano la censura per controllare la narrativa pubblica e sopprimere il dissenso limitando drasticamente il pluralismo informativo. In entrambi i casi, la gestione dell’informazione è strumentalizzata per influenzare il discorso pubblico, anche se con obiettivi e metodi diversi. La decisione di Meta di ridimensionare il proprio programma di fact-checking negli Stati Uniti, pur mantenendolo per il momento nell’Unione Europea per conformarsi alle normative del DSA, evidenzia poi come le piattaforme non adottino un’unica politica globale, ma si adattino ai diversi contesti regolatori e alle pressioni locali​. Questa flessibilità dimostra che il modo in cui le piattaforme gestiscono la moderazione dei contenuti non è mai neutrale, ma risponde a interessi politici, economici e normativi".