Proiettili virtuali: la minaccia dell'hate speech
Servizio comunicazione istituzionale
10 aprile 2025
I casi di cronaca regionale, così come le serie TV, evidenziano una problematica sempre più rilevante: il fenomeno dell’hate speech sui social network. Eleonora Benecchi, Docente-ricercatrice presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'Università della Svizzera italiana (USI), ne ha parlato in un articolo pubblicato da TicinOnline.
Per comprendere un fenomeno è innanzitutto importante fornirne una definizione: “Hate speech significa attaccare o umiliare una persona o un gruppo in base a caratteristiche identitarie come genere, orientamento sessuale, etnia, religione, disabilità o appartenenza politica - ha spiegato Eleonora Benecchi, Direttrice del Bachelor in Comunicazione -. Può essere esplicito, ad esempio se si usano insulti e minacce, o più sottile, se si usa l’ironia, ma in modo sprezzante. In sostanza è un linguaggio che incita all’odio o alla violenza e mina la dignità di intere categorie sociali”.
Sebbene ci siano alcune categorie particolarmente colpite dall’hate speech, come ad esempio le donne, la Docente dell’USI ha spiegato che gli attacchi sono spesso multifattoriali: “Una donna può essere attaccata non solo perché è donna, ma anche perché è di origine straniera, oppure appartiene a una minoranza religiosa, o è una persona LGBTQ+. In questi casi, l’odio si somma e si sovrappone, rendendo gli attacchi più violenti, più frequenti e più complessi da affrontare. In pratica: più 'diverso' sei rispetto alla norma dominante, più bersagliato puoi diventare nei contesti digitali”.
Se è vero che ci sono determinate categorie che sembrano più predisposte a essere prese di mira, non sembra invece possibile stabilire un identikit dell’hater prototipico, che potrebbe essere chiunque: “I dati della ricerca JAMES di cui ci occupiamo per la Svizzera italiana dicono che tra i 12 e i 19 anni quasi la metà dei giovani ha offeso qualcuno in chat private almeno una volta negli ultimi due anni. Ma tende ad agire in ambienti e circostanze che favoriscono l’odio online. Ad esempio l’odiatore è spesso anonimo, o nascosto dietro profili fake, spinto da emozioni forti, come rabbia o frustrazione, appartenente a comunità online che normalizzano l’odio”.
Spesso ci si chiede quale sia il ruolo dei social nella diffusione dei discorsi d’odio; come chiarito da Eleonora Benecchi, se da un lato è vero che non sono stati i social a creare molestie e discriminazione, dall’altro le relazioni online sono caratterizzate da dinamiche che favoriscono la presenza dell’hate speech: "Le dinamiche digitali quali anonimato, invisibilità, velocità, lo rendono più facile da esprimere e più difficile da controllare. In aggiunta la possibilità di non vedere il volto o la reazione immediata di chi abbiamo ferito porta a minimizzare le conseguenze del proprio comportamento favorendo l’hate speech”.
Un’ulteriore peculiarità del web è la portata: un commento offensivo pubblicato online potrebbe infatti circolare ed essere visto da migliaia di persone, amplificandone gli effetti. Eleonora Benecchi tuttavia invita a non focalizzarsi troppo sulle differenze del mondo virtuale rispetto a quello reale, poiché spesso le dinamiche di uno si riflettono nell’altro, e “chi subisce bullismo online spesso ne è vittima anche nel contesto fisico, e viceversa”.
Queste dinamiche hanno conseguenze spesso anche molto gravi, come ricordato dalla Direttrice del Bachelor in Comunicazione: “ansia, depressione, isolamento, fino al suicidio. Molte persone (soprattutto giovani donne) scelgono di autocensurarsi, cambiare il modo di usare i social, o abbandonarli del tutto. Questo però toglie spazio e parola a chi dovrebbe invece averne, mentre amplifica chi fa discorsi che dovrebbero essere bloccati o contenuti”.
Nella diffusione dell’hate speech ci sono più ruoli: i primi sono gli hater, coloro i quali lanciano il messaggio d’odio. Successivamente, entrano in gioco gli intolleranti, che sostengono il contenuto, riprendendolo e aumentandone la diffusione. Vi sono poi i tolleranti passivi: coloro i quali, pur non condividendo il contenuto restano in silenzio senza contrastare il fenomeno. Anche le piattaforme hanno un ruolo importante, come affermato da Eleonora Benecchi: “un ruolo fondamentale è giocato dalle piattaforme digitali, come i social network, che ospitano questi contenuti e che possono scegliere se intervenire, o restare passive. La loro scelta può fare una grande differenza: un contenuto segnalato e rimosso subito ha un impatto molto diverso da uno che resta visibile per giorni o settimane”.
Per prevenire l’hate speech occorre un approccio su più livelli, che combini “strumenti tecnici, consapevolezza individuale e strategie comunicative” ha commentato Eleonora Benecchi. “Un primo passo importante riguarda la cosiddetta "igiene digitale": imparare a usare i filtri, bloccare parole offensive, limitare la visibilità di certi contenuti o account problematici. A questo si aggiunge la necessità di controllare regolarmente le impostazioni di privacy e sicurezza, per mantenere un ambiente digitale più sicuro”. Una seconda modalità d'approccio consiste nel silenzio selettivo: "ignorare troll e account fake può essere efficace, ma solo se accompagnato da azioni concrete come la segnalazione del contenuto, il blocco dell’utente e la documentazione dell’attacco (screenshot, data, descrizione). Questo aiuta anche nel caso in cui si decida di denunciare formalmente l’accaduto" ha commentato la Docente dell'USI. Infine, esiste la possibilità di costruire un contro-discorso "una pratica che non censura, ma smaschera e disinnesca l’odio con intelligenza. Si possono ad esempio mettere in luce i pregiudizi nascosti nei messaggi, adottare toni empatici per spiazzare l’aggressività, ridicolizzare l’odio con ironia o sarcasmo, oppure trasformare il messaggio, piegandolo a una lettura costruttiva". Come sottolineato da Eleonora Benecchi, è importante adottare queste strategie in modo complementare poiché "nessuna è efficace da sola, ma insieme possono davvero aiutare a rendere i social spazi più sicuri e inclusivi".
Ciò che va invece evitato è l'escalation di odio: "Non bisogna rispondere con odio: replicare con lo stesso linguaggio aggressivo non fa che alimentare il conflitto e legittimare chi attacca. Anche rispondere a troll o account fake spesso significa cadere nella loro trappola: provocare è esattamente ciò che vogliono". Non bisogna però nemmeno restare completamente in silenzio ignorando ciò che sta accadendo, in quanto potrebbe far credere la comunità approvi i messaggi d'odio.
L'intervista completa a Eleonora Benecchi, pubblicata su TicinOnline, è disponibile al seguente link.