Il FNS finanzia un progetto USI sugli studi di comparazione interartistica in lingua italiana
Servizio comunicazione istituzionale
7 maggio 2025
Il progetto del Prof. Marco Maggi, Professore straordinario presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, e della Prof.ssa Giuditta Cirnigliaro, Professoressa-assistente presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, intitolato “20th Century Italian Studies of Literature and Arts. An Archival, Intermedial and Digital Approach”, mira ad approfondire alcune correnti metodologiche degli studi di comparazione interartistica in lingua italiana, focalizzando l’attenzione su tre figure chiave: Mario Praz, Giovanni Pozzi e Lea Ritter Santini.
Il progetto, vincitore di un finanziamento del Fondo nazionale svizzero (FNS), si propone di studiare gli archivi personali dei tre autori, oltre che di approfondire la dimensione iconotestuale delle loro opere e il loro impatto culturale, così da comprendere quale sia stato il contributo degli studi in lingua italiana alla comparazione interartistica del Ventesimo secolo. La ricerca, condotta in collaborazione con istituti di prestigio quali il Kunsthistorisches Institut di Firenze e Cambridge Digital Humanities, integra metodi delle Digital Humanities e dei Visual Culture Studies.
Professor Maggi secondo lei è corretto affermare che i Visual Culture Studies stanno riscontrando un grande successo negli ultimi tempi? Secondo lei si sta verificando un cambio di paradigma che toglie prestigio al testo rispetto alle immagini?
"I Visual Culture Studies costituiscono senza dubbio uno degli ambiti di ricerca più vivaci e fecondi all’interno delle scienze umane attuali. Lo studio dei “regimi scopici”, intesi come intreccio di immagini (anche e soprattutto nella loro dimensione materiale), dispositivi e sguardi, consente di comprendere e interpretare la presenza del visuale nella sua complessità. Da questo punto di vista, i Visual Culture Studies forniscono un accesso privilegiato allo studio della “civiltà delle immagini” contemporanea. A questo riguardo occorre tuttavia sfatare alcuni miti. Già nel 1961 Roland Barthes avvertiva che la cosiddetta “civiltà delle immagini” è in realtà una civiltà di ciò che oggi chiamiamo “iconotesti”, ovvero di immagini che circolano sempre ‘accompagnate’, per così dire, dall’elemento verbale. Diagnosi confermata dalla configurazione ibrida dell’attuale comunicazione in rete, e ancor più dalla dipendenza delle immagini generate dall’intelligenza artificiale da prompts di natura linguistica. Il principale contributo dei Visual Culture Studies consiste proprio in questo: non nell’affermazione di un generico primato delle immagini sulle parole, bensì nella constatazione che le due dimensioni sono sempre e su vari piani intrecciate. Come ha scritto W.J.T. Mitchell, “all media are mixed media”; questo vale in particolare per il medium letterario, che si affida alla scrittura e dunque a una tecnologia che coinvolge tanto l’aspetto fonico della parola quanto quello visuale".
Secondo lei quali sono i contributi principali che la critica letteraria italiana ha fornito al contesto della comparazione interartistica? In cosa si distingue dai movimenti analoghi sviluppati in altri Paesi?
"Occorre anzitutto precisare che gli studi di comparazione interartistica strettamente intesi si affermano dopo la Prima Guerra mondiale, con alle spalle una genealogia che include la tradizione antica dell’ut pictura poësis, quella rinascimentale del paragone e opere come il Laocoonte di Lessing. La nuova stagione si manifesta dapprima con l’impulso di applicare agli studi letterari i metodi della storia dell’arte, che successivamente evolve nell’ambizione di ricavare la fisionomia di una data epoca culturale dal raffronto tra le varie arti che la caratterizzano. In questo variegato panorama di studi, le ricerche in lingua italiana, in particolare quelle svolte a partire dal Secondo Dopoguerra, si caratterizzano in primo luogo per l’attenzione alla dimensione mediale delle interazioni tra le arti, ossia ai loro condizionamenti materiali, ideologici e istituzionali; e inoltre per il riconoscimento dell’originaria costituzione intermediale di ogni espressione culturale. Da questo punto di vista, gli studi italiani di comparazione letteraria (che includono significativi contributi di studiosi svizzero-italiani, in primo luogo Giovanni Pozzi) costituiscono un ramo di particolare rilevanza nella genealogia degli studi contemporanei di cultura visuale e di intermedialità, che merita di essere studiato sia per comprendere gli indirizzi attuali, sia per segnalare domande di ricerca e soluzioni eventualmente rimaste in ombra nel panorama attuale".
Quali sono le ragioni che vi hanno spinti a focalizzare la ricerca sulle tre figure di Mario Praz, Giovanni Pozzi e Lea Ritter Santini?
"La scelta dei casi di studio attorno ai quali ruota il progetto è motivata in primo luogo dall’assiduità dei loro studi nel campo della comparazione interartistica e dal loro impatto al suo interno. A quest’ordine di ragioni ne vanno aggiunti due supplementari. In primo luogo, la recente accessibilità degli archivi di questi studiosi, custoditi rispettivamente presso la Fondazione Primoli a Roma, la Biblioteca di Salita dei Frati a Lugano e la Fondazione Sapegno a Morgex (Italia). In secondo luogo, il radicamento e la fortuna internazionale delle loro opere, che riguarda particolarmente il mondo anglosassone per Praz, quello plurilingue elvetico per Pozzi e quello germanico per Ritter Santini. Di modo che la storia degli studi di comparazione interartistica in lingua italiana costituisce una sorta di “progetto pilota” per l’estensione su scala internazionale di questo genere di ricerche, oggi più che mai rilevanti."
Professoressa Cirnigliaro, in quale maniera le Digital Humanities possono contribuire a scrivere la storia della comparazione interartistica in lingua italiana?
"Gli studi sulla storia della comparazione interartistica in lingua italiana offrono un punto di osservazione privilegiato per indagare l’affermazione di “iconotesti” in diversi ambiti di ricerca tramite l’applicazione di metodi digitali e intermediali. La convivenza di parole e immagini all’interno di questi studi mira infatti a coinvolgere e trasformare metodologie di ricerca tradizionali, stimolando sinergie tra esperti, dipartimenti e istituzioni, fino a produrre innovativi sistemi di analisi e comunicazione. In particolare, attraverso metodologie di Network analysis è possibile utilizzare corrispondenze e riferimenti bibliografici d’archivio per mappare le relazioni tra gli autori in relazione al contesto teorico e al quadro critico di riferimento, oltre a manifestare la cultura visuale degli autori e l’impatto delle loro opere in una prospettiva globale e interdisciplinare. Inoltre, il riconoscimento di pattern ricorrenti tramite Computer Vision permette di considerare e indagare la dimensione iconotestuale dei testi critici e le configurazioni ricorrenti nella mise en page e nella combinazione di immagini e parole all’interno di fototesti. Infine, tecnologie digitali di annotazione diagrammatica aprono nuove prospettive per l’indagine della dimensione iconotestuale di testi critici complessi che combinano schizzi e annotazioni".
In cosa consiste la particolarità del vostro approccio?
"Nell’ambito del progetto, è attribuita la medesima dignità a ogni forma di espressione testuale e visiva e alla loro interazione nelle fasi della produzione creativa, dall’abbozzo di ambito privato fino al volto pubblico dell’opera. Attraverso la loro interpretazione quali palinsesti intermediali, intendiamo ricollocare i documenti archivistici nel loro contesto di origine per rappresentare la stratificazione di testi e immagini nel tempo e nelle opere di uno o più autori, tenendo in considerazione la riscrittura dei testi, il riuso delle immagini, le correzioni, le interazioni tra gli autori, e la rielaborazione delle idee. Il progetto mira a ricostruire le pratiche collaborative, gli scambi e le influenze alla base della creazione di fototesti critici per offrire una cartografia materiale e digitale che consenta di riflettere sulla possibilità di rappresentare dati testuali e visivi e la loro interconnessione nel contesto della ricerca e della comunicazione del sapere scientifico".