Dare un'immagine alla pace: un progetto USI finanziato dal FNS

© Unsplash/Jon Tyson
© Unsplash/Jon Tyson

Servizio comunicazione istituzionale

6 maggio 2025

Immagini di conflitto, violenza e sofferenza dominano lo spazio pubblico e mediatico, mentre la pace resta spesso invisibile o rappresentata in modo troppo semplice. Ma anche la pace può – e deve – avere un volto, soprattutto nei contesti in cui la guerra è finita, ma la riconciliazione è ancora lontana. È proprio su questo squilibrio che interviene il progetto guidato dalla Prof.ssa Katharina Lobinger, (Professoressa straordinaria presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società), in partenariato con swisspeace (Fondazione svizzera per la pace, istituto associato all’Università di Basilea) e la Karlstad University (Svezia) e vincitore di un finanziamento del Fondo nazionale svizzero (FNS).

Attraverso un approccio interdisciplinare e un contesto emblematico in cui la pace è parziale, fragile e continuamente negoziata, la ricerca intende dare forma e visibilità a un concetto di “pace quotidiana” capace di parlare anche nei contesti dove la guerra non c’è, ma la pace non è ancora pienamente realizzata.

Professoressa Lobinger, le immagini della guerra ci colpiscono subito, mentre quelle della pace sembrano quasi assenti. Secondo lei, perché accade questo?

"Il problema della pace risiede nella sua natura astratta e complessa. Spesso è legata a un concetto personale e mentale, oppure ridotta a simboli semplificati, come ad esempio la colomba, ma mancano rappresentazioni concrete e forti. Questo rende più difficile visualizzare la pace, il che crea un problema comunicativo per chi nei contesti mediatici di oggi, che sono fortemente dominati da immagini, vuole “parlare” della pace".

Come si può "visualizzare" la pace in modo efficace e significativo?

"Ricerche recenti mostrano che anche in contesti in cui la violenza è predominante possa esserci un impegno in direzione della pace, ed è proprio questo che vuole evidenziare il concetto di “pace quotidiana”. Esistono diverse forme di “pace”, che variano a seconda del contesto; l’obiettivo del nostro progetto è mostrare come queste forme locali e coesistenti di pace possano essere rese visibili".

Il progetto si concentra su contesti di “no war – no peace”. Quali sfide pone questa zona grigia, anche dal punto di vista comunicativo? 
"Questa zona grigia è particolarmente interessante perché mette in crisi visioni binarie e mette in discussione definizioni universali e liberali di “pace”. La classica dicotomia tra “pace” e “guerra” diventa improvvisamente sfocata. Dal punto di vista comunicativo, visualizzare questa sfocatura rappresenta inizialmente una sfida, ma allo stesso tempo vediamo in essa una grande opportunità: rendendo più visibili altri attori e attrici locali della pace, potremmo arrivare a una comprensione nuova e più sfumata di questi contesti e all'elaborazione di possibili soluzioni per una pace sostenibile".

Uno degli obiettivi è offrire suggerimenti pratici a chi lavora nella costruzione della pace. In che modo le immagini possono diventare strumenti concreti di trasformazione dei conflitti?
"Nel mondo di oggi, fortemente plasmato dalle immagini, è fondamentale riuscire a rappresentare visivamente anche la pace, e non solo la violenza o la distruzione. Le immagini hanno il potenziale di influenzare le nostre emozioni, attitudini e percezioni. Una comunicazione visiva più sfumata sugli sforzi di pace, soprattutto in contesti che spesso non ricevono attenzione mediatica, può renderli più visibili e accessibili, contribuendo a cambiare le nostre prospettive. Inoltre, anche il processo di ricerca in sé può contribuire alla trasformazione dei conflitti: ad esempio, riunendo attori e attrici diversi attorno a un tavolo per discutere, a partire dalle immagini, delle proprie percezioni può permettere di avviare un dialogo costruttivo".