Giornalismo statunitense, quo vadis?
Servizio comunicazione istituzionale
15 maggio 2025
L'insediamento dell'amministrazione Trump ha comportato molti cambiamenti negli Stati Uniti d'America. Uno di questi è la riduzione della libertà di stampa, un tema analizzato dal Prof. Colin Porlezza, Professore associato presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI, nell'ambito di un'intervista pubblicata sulle pagine del Corriere del Ticino.
Fino ad oggi il giornalismo statunitense ha vissuto un periodo positivo, caratterizzato da benessere economico e libertà di stampa. "Dal punto di vista della Costituzione americana, la libertà di stampa e soprattutto la libertà di espressione sono dei diritti fondamentali, ma interpretati abbastanza largamente, motivo per cui i media, tradizionalmente, ne hanno sempre beneficiato - ha spiegato il Professor Colin Porlezza -. Ora, sebbene il sistema mediatico operi ancora, almeno da un punto di vista formale, libero da interferenze governative, la realtà è un po' più complessa".
I cittadini statunitensi stanno iniziando a manifestare, in generale, un crescente scetticismo nei confronti della stampa. Questo non è però l'unico problema dei media americani, che stanno affrontando un periodo di forte difficoltà economica: circa un terzo dei quotidiani attivi nel 2005 oggi ha chiuso, mentre oltre 8.000 giornalisti sono stati licenziati dal 2022 a oggi. "Sono numeri importanti - ha commentato il Professor Porlezza - motivo per cui bisogna sempre tenere a mente che quando parliamo di giornalismo negli Stati Uniti non dobbiamo focalizzarci solo su testate come il New York Times, il Washington Post o il Wall Street Journal. Al contrario, esiste uno strato di giornalismo comunque importante, quello regionale e locale, che si trova sotto un'enorme pressione economica". Questa situazione, aggravata dal calo degli introiti della pubblicità - confluita principalmente verso i social media - sta portando all'insorgenza di "news deserts", ovvero aree considerate "deserti informativi" in quanto prive di testate locali. Di conseguenza le persone che abitano in queste zone "sono costrette a informarsi attraverso fonti digitali, che però non necessariamente forniscono notizie sulle regioni geografiche in cui vivono".
La situazione dei media americani subisce un'ulteriore pressione, data dalla situazione politica creatasi in seguito alla rielezione di Donald Trump: "La pressione è aumentata anche attraverso la politicizzazione della Federal Communications Commission, che è quello che possiamo definire l'ente regolatore indipendente dei media negli Stati Uniti. In tal senso, abbiamo visto dei tentativi di smantellare servizi pubblici come Voice of America, oppure di togliere ulteriormente finanziamenti federali a media del servizio pubblico, come la National Public Radio". Un ulteriore elemento divenuto cardinale nella retorica del tycoon è la delegittimazione dei media, accusati di diffondere fake news ed essere nemici del popolo. Sono inoltre aumentati i processi specifici, e non è raro che, per evitare di scontrarsi in tribunale contro il presidente, le testate decidano di accordarsi: "Le aziende mediatiche si piegano e sono d'accordo a pagare dei soldi per non rischiare di andare incontro a un processo. Nonostante la protezione della libertà di espressione sia forte negli Stati Uniti, finire in tribunale con il presidente potrebbe avere conseguenze imprevedibili".
Un segno incoraggiante per il giornalismo d'oltreoceano, tuttavia, arriva dalle assegnazioni dei premi Pulitzer di quest'anno. "Anche qui, però, bisogna fare delle premesse - ha commentato il Professor Porlezza -. Innanzitutto, è opportuno ricordare che Trump ha fatto causa al comitato dei Pulitzer nel 2022, accusandolo di aver premiato articoli che, a suo dire, diffondevano falsità sui suoi legami con la Russia. Oltre a questo, i premi Pulitzer sono collocati alla Columbia University: un'università prestigiosa con un'importante facoltà di giornalismo. Ma da qualche tempo, ormai, proprio la Columbia è diventata uno dei target di Trump per quanto concerne i tagli ai fondi pubblici".
Il Professore dell'USI ha concluso riflettendo sul fatto che i premi di quest'anno possano essere interpretati come un segnale di incoraggiamento: "Sono inchieste legate, se non direttamente all'amministrazione attuale o ai suoi rappresentati, alle conseguenze di quelle pressioni politiche provenienti da una certa corrente, che hanno portato a dei cambiamenti significativi".
L'intervista completa al Professor Colin Porlezza, pubblicata sul Corriere del Ticino, è disponibile al seguente link.