Il ruolo dell'empatia nella malattia di Parkinson

© Matthias Zomer
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Servizio comunicazione istituzionale

11 giugno 2025

Un nuovo studio, progettato e condotto da Rosalba Morese, collaboratrice scientifica presso l'Institute of Communication and Public Policies (ICPP) della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI, Michele Corengia, Direttore del Centro di Ricerca in Medical Humanities della Fondazione Sasso Corbaro, e Alain Kaelin, Professore ordinario della Facoltà di scienze biomediche dell'USI e direttore medico e scientifico del Neurocentro della Svizzera Italiana di Lugano, indaga il ruolo dell'empatia e della compassione nel determinare la qualità di vita dei pazienti malati di Parkinson e dei loro familiari.

Lo studio è stato riportato su Azione in un articolo scritto dalla giornalista scientifica Maria Grazia Buletti. Rosalba Morese, Michele Corengia e Alain Kaelin sottolineano come la malattia di Parkinson abbia un impatto sulla dimensione emotiva dei pazienti: "La malattia di Parkinson è nota soprattutto perché provoca disturbi del movimento come tremori, rigidità e andatura maldestra, ma bisogna ricordare che essa comporta anche alterazioni a carico del sistema nervoso vegetativo e modifiche della capacità di elaborare le emozioni. Sono aspetti ancora poco noti che però sappiamo avere un impatto relazionale nella persona ammalata così come pure nei familiari e caregiver".

Sulla base di questi presupposti l'USI, la Fondazione Sasso Corbaro e l'Istituto di Neuroscienze Cliniche della Svizzera Italiana hanno avviato un progetto che si propone di indagare come la qualità di vita dei pazienti affetti da Parkinson, dei loro familiari e caregiver sia influenzata dall'empatia, che la Docente dell'USI definisce come "un processo che attiviamo quando comprendiamo e sentiamo pensieri ed emozioni rispetto a sé e alle altre persone".

Come spiegato da Rosalba Morese, le premesse per lo studio nascono da alcune considerazioni tratte dalla letteratura scientifica: "La letteratura scientifica evidenzia che i pazienti affetti da Parkinson hanno punteggi bassi sui questionari che riportano il livello di empatia. Questo studio esplorativo, fra l’altro suggerito dal direttore del Neurocentro della Svizzera italiana, il Professor Alain Kaelin, darà indicazioni su come allenare pazienti (e loro parenti-caregiver) all’empatia e alla compassione, in modo da migliorare la loro qualità della vita attraverso il riconoscimento delle emozioni, nella loro identificazione e nella capacità di distinguerle anche rispetto a un’altra persona. Questo implica aderenza e collaborazione del paziente allo studio stesso, cosa certamente non facile ma favorita dall’impegno del Neurocentro della Svizzera italiana e i suoi pazienti".

Come puntualizzato da Michele Corengia, l'empatia va di pari passo con la compassione: "L’empatia nella sofferenza ha due componenti: quella cognitiva (riconoscere la sofferenza) e quella emotiva (connettersi con la propria sofferenza e con quella dell’altro) per “sentirla”, oltre che capirla. L’empatia relativa alla sofferenza corrisponde alle prime due fasi della compassione, la cui etimologia deriva dal latino cum (insieme) e patior (soffrire). La parola assume quindi un significato più ampio e nobile di “partecipazione alla sofferenza dell’altro”, non si limita, cioè, al normale uso nella lingua italiana con l’accezione di “avere pietà, provare commiserazione per l’altro”, ma va ben oltre".

L'esperto ha aggiunto che tale qualità, necessaria per sentire, oltre che per capire, come l'altro si sente, può essere allenata: "Gli studi di neuroscienze sociali hanno dimostrato che la compassione è un processo allenabile, suddiviso e composto da quattro fasi: l’empatia costituisce le prime due, seguite da una fase motivazionale in cui si stimola la volontà di azione (sento che voglio fare qualcosa per alleviare la sofferenza dell’altro o di me stesso), e infine da una fase comportamentale in cui si agisce per alleviare la sofferenza di sé o dell’altra persona".

I due esperti hanno spiegato come si svolgerà la ricerca, che mira a capire come migliorare la qualità di vita dei pazienti e delle persone a loro circostanti: "Sull’arco di sei settimane, si misureranno i livelli di empatia e compassione allenandoli settimanalmente con varie tecniche che pazienti e familiari potranno svolgere a casa in totale autonomia e libertà, seguendo delle schede già pronte. Si agirà su empatia e compassione, sul riconoscere la sofferenza e riconnettersi con essa, e al termine si misurerà come l’impatto di questi allenamenti cambierà la qualità della vita".

L'intervista completa a Rosalba Morese, Michele Corengia e Alain Kaelin è disponibile al seguente link.