L'universalità che dà ragioni al futuro, per un presente ricco di memoria

Il Prof. Ossola durante le registrazioni dei Classici italiani
Il Prof. Ossola durante le registrazioni dei Classici italiani

Servizio comunicazione istituzionale

28 Febbraio 2011

di Carlo Ossola, direttore Istituto di studi italiani (ISI)  

 

Lo spirito che ha dato origine all’ISI discende da quanto T. S. Eliot attribuiva alla poesia di Dante: «la sola scuola universale per scrivere poesia in tutte le lingue». Questa “universalità” non è data per inclusione, per contaminazione, per mediazione, sì che alla fine non rimanga che un variopinto Arlecchino; bensì per approfondimento, cercando - attraverso le lettere e le arti, la storia, la lingua - quanto è comune, di pensieri, di valori, di speranze, alla condizione umana, quel «permanente invisibile» (scrive René Char tradotto da Vittorio Sereni) che ha «la foltezza della rosa che un giorno sarà».

Convocati da tutta l’Europa, e non solo dalla Svizzera e dall’Italia, insegnano all’Istituto studiosi che hanno riconosciuto in quel lascito di civiltà “ragioni di futuro”; e vi convergono egualmente giovani studenti, dall’Europa e dall’Asia, che nell’italiano riconoscono – come hanno dichiarato nelle interviste televisive a Michele Fazioli - quel “supplemento d’anima” che non ha stato né regione, ma bisogno d’essere, nella serena pienezza di ciascuno.

Non si tratta di una visione appesa al cestello delle nuvole, come direbbe Aristofane: la collaborazione feconda con la RSI (nell’ampia serie Classici italiani e Classici del Novecento) e con il Dicastero giovani ed eventi della Città di Lugano, il ciclo delle iniziative Qui e ora e Per voce sola, bene testimoniano del radicamento dell’ISI nel territorio e nel presente; purché tutto sia compreso come presente: «praesens de praeteritis, praesens de praesentibus, praesens de futuris», come voleva sant’Agostino nelle sue Confessioni (XI, 20); un presente ricco di “memoria”, di “comprensione” e di “aspettativa”, un “presente che fa essere”.

Un far essere che non faccia del pensiero un terminale di rete, ma una ragione seminale che mette in moto. Riscrivendo il finale del canto XV dell’Inferno («Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde») Mandel’štam, poeta e interprete di Dante, così lo rinnova: «Vi ricordate dei podisti in gara / presso Verona, ogni anno, / che debbono per giunta srotolare / verdi tagli di panno; / e fra tutti quello sarà il più lesto, /quello sarà di certo, / che fuggirà via da un canto dantesco, / a disputare in cerchio». Spuntati da un canto dantesco, qui «a disputare in cerchio», nel cerchio del sapere e dell’amicizia: questo convergere Mandel’štam chiamava «panumano»: e tale vorremmo rimanesse a Lugano il nostro Istituto. 

 

Tutte le puntate del ciclo, realizzato in collaborazione tra ISI e RSI, sono consultabili come lezioni multimediali dal sito dell’enciclopedia Treccani:
www.treccani.it/Portale/sito/altre_ aree/Arte_Lingua_e_Letteratura/I_Classici_Italiani