Coronavirus e pubblicità: intervista a Matthew Hibberd sul Corriere del Ticino

New York, Times Square - Foto di David Buchi da Pexels
New York, Times Square - Foto di David Buchi da Pexels

Servizio comunicazione istituzionale

“In televisione, sui giornali o sui social, diverse aziende hanno abbracciato il messaggio dei governi e, attraverso spot o campagne ad hoc, promuovono marchio e prodotti chiedendo ai consumatori di non uscire”. Esordisce così l’articolo a firma di Marcello Pelizzari che, sul Corriere del Ticino, propone un’analisi sulla “pubblicità ai tempi del coronavirus” con il contributo di Matthew Hibberd, professore ordinario presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società e direttore del Master in Media Management.

Pubblicità che è in primis quella fatta direttamente dalle autorità medesime. Non c’è il rischio di “brandizzare” covid-19 e banalizzare la situazione, alimentando l’idea che “tanto è solo pubblicità”? Secondo Hibberd non corriamo questo pericolo, la gravità della situazione è tangibile e inoltre la pubblicità ha una lunga storia nelle campagne di informazione pubblica. 

Che cosa dire invece delle aziende, quali sono le motivazioni principali che le muovono? Il prof. Hibberd ne sottolinea in particolare due. Innanzitutto la reputazione. In classe alle studentesse e agli studenti del Master in Media Management viene costantemente insegnato quanto sia cruciale questa dimensione. “Fu Iago, nell’Otello di Shakespeare, a sostenere che la reputazione è la cosa più preziosa che abbiamo”. Accogliendo e veicolando i messaggi delle autorità le aziende mirano a evidenziare il proprio impegno civico e la propria responsabilità sociale, e prima ancora il fatto stesso di fare parte integrante di una comunità. 

Il secondo obiettivo principale delle aziende è mantenere la consapevolezza del marchio, specie per quelle realtà che sono ferme. Altre, per contro, stanno godendo di una posizione privilegiata (ad esempio il commercio online e le piattaforme digitali in generale) e il prof. Hibberd esprime l’auspicio che tali realtà economiche ridistribuiscano una parte degli utili aggiuntivi al sistema sanitario o alla comunità in generale.

Che cosa dire, infine, di un possibile impatto di lungo termine della pubblicità ai tempi del coronavirus sulla fiducia dei consumatori? “Questa è una relazione complessa, in quanto i consumatori non hanno mai creduto pienamente ai meriti della pubblicità. La pubblicità aiuta a promuovere e vendere beni e servizi e molti, in tempi normali, ne diffidano. Ma, in questo caso, gli inserzionisti stanno rivelando responsabilità civica e grande unità. La pubblicità è stata per lungo tempo una propagatrice della globalizzazione e del consumismo, ma ora dimostra l’importanza dello Stato-nazione e dell’impegno”, conclude Hibberd.

 

In allegato l'intervista completa a firma di Marcello Pelizzari. Ringraziamo autore e testata per la concessione.  

 

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